Enzo Scalia, managing director del Gruppo Benfante, è stato audito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite connesse, la così detta “Bicamerale dei Rifiuti”, ora presieduta dall’on. Alessandro Bratti il 14 marzo scorso.

L’audizione alla Bicamerale dei Rifiuti, congiunta con quella di Giuliano Tarallo, Presidente di UNIRIMA (l’associazione di riferimento per il settore del recupero di carta e cartone), è stata un’ottima occasione per esporre le specificità e le criticità che il settore deve affrontare. Per praticità, qui di seguito il lungo testo del resoconto stenografico dell’intervento di Scalia viene riassunto per nodi tematici principali.

  1. Sistema di mercato e sistema dei consorzi

Il crescere della presenza degli imballaggi sul mercato, genera, oltre ad indubbi vantaggi, forti esternalità per le Pubbliche Amministrazioni, cioè i Comuni, che si trovano a dover gestire lo smaltimento di una quota aggiuntiva di rifiuti urbani che arriva nel volgere degli anni a rappresentare il 30% del loro totale in peso e il 45% in volume. L’idea di rendere l’onere e la responsabilità di questa gestione condivisa tra i soggetti che partecipano a vario titolo alla filiera, dal produttore dell’imballaggio al cittadino, nasce proprio da questa nuova situazione.

Dall’intuizione iniziale nascono in Europa sistemi anche piuttosto diversificati, riconducibili però a due tipologie base: quello “duale” tedesco (produttori ed utilizzatori raccolgono per proprio conto gli imballaggi affiancando un loro circuito di raccolta a quello comunale dei rifiuti urbani) e quello italiano, basato su di un accordo tra il CONAI (che rappresenta produttori ed utilizzatori) e l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) grazie al quale il primo riconosce ai secondi dei corrispettivi a fronte dei costi (o dei maggiori costi: la questione rimane aperta) da questi sostenuti per raccogliere gli imballaggi in maniera differenziata nell’ambito del loro servizio pubblico.
Il primo problema che emerge, che per è quello fondamentale, riguarda la proprietà del rifiuto di imballaggio raccolto: il fatto di pagare ai comuni un corrispettivo per il servizio reso, implica necessariamente, come sostenuto e di fatto praticato da CONAI e consorzi di filiera sin dal nascere del sistema, che i materiali raccolti diventino di loro proprietà?

Una volta raccolto, il rifiuto cartaceo necessita tuttavia di essere comunque lavorato e valorizzato al meglio. Il ruolo del recuperatore, che nella filiera della carta è storico, è proprio quello di ricevere nelle sue piattaforme il materiale cellulosico raccolto e di selezionarlo, per rendere un materiale pur sempre abbastanza eterogeneo compatibile con le esigenze delle industrie di riciclo a valle, per la carta ovviamente le cartiere. Oggi questa attività è sempre più industrializzata: sorter a lettura ottica, espulsione magnetica e altre attrezzature, per investimenti che ormai arrivano anche a 8-10 milioni di euro laddove oltre ch la carta vengono lavorati anche i metalli e, soprattutto, le plastiche. Per limitarsi però al solo mondo carta, a livello europeo ci sono oltre 150 tipologie di macero classificate dalle UNI-EN, cioè materie prime e secondarie a tutti gli effetti, che necessitano per divenire tali, prima di entrare nel vero processo (ri)produttivo in cartiera, delle lavorazioni che solo le piattaforme dei recuperatori possono garantire.

Con il macero riciclato, poi, vengono prodotti (anche) nuovi imballaggi e il ciclo ricomincia.

In questo sistema CONAI e tutti i consorzi di filiera hanno avuto indubbi meriti nel sostenere l’avvio delle raccolte differenziate e nel comunicare ai cittadini l’importanza di questi gesti quotidiani, che cambiano la tipologia e la matrice dei rifiuti. Questa funzione, tuttavia, almeno a nostro parere, doveva restare (anzi: diventare sempre più al diffondersi della raccolta differenziata) sussidiaria, concentrandosi su quelle aree geografiche dove un operatore privato più difficilmente trova remunerativo fare business. La sussidiarietà è quindi un concetto che deve rimanere e che si ritiene di assoluta centralità. Per questo, a distanza di vent’anni dal “Decreto Ronchi” e dalla nascita del sistema, vedere che l’accordo ANCI – CONAI è rimasto sostanzialmente invariato nell’impostazione e ricalca addirittura il suo lontano progenitore, ossia quello stipulato volontariamente dal Consorzio replastic coll’ANCI per i contenitori in plastica per liquidi quasi trent’anni fa, non può non indurre ad una pacata meditazione se non sia giunto il momento, vista l’enorme evoluzione del quadro d’insieme, di ripensare qualcosa.

Per carta e cartone, il Consorzio COMIECO ha sicuramente garantito – e garantisce tuttora – con il cosiddetto macero amministrato dato alle cartiere, forniture a basso costo per l’industria cartaria, il che permette di mantenere basso il livello di contributo ambientale sui nuovi imballaggi immessi sul mercato e assicura competitività al materiale. Forse però si potrebbe fare di più per meglio distribuire i vantaggi tra comuni, piattaforme e cittadini, oltre che per le cartiere.

Oggi (in realtà dal 2003/2004) l’Italia da importatore netto di macero, com’era alla nascita del sistema nel 1997/98, è diventata infatti esportatrice, per cui le cartiere non possono più contare sulla materia prima che prima affluiva massicciamente dagli altri paesi europei.

Per comprendere le possibili distorsioni che un utilizzo non strettamente sussidiario dell’accordo ANCI-CONAI-COMIECO può indurre, soprattutto rispetto alla c.d. 2raccolta congiunta” (quella che accomuna in un unico flusso cartone e carta grafica, per intendersi) basta considerare questo caso che non è di scuola, ma reale e riguarda una grande città del Nord del Paese. COMIECO paga per la raccolta congiunta e per coprire il delta-costo 74 €/ton al comune/convenzionato e entra così nella propietà del materiale, che il comune/convenzionato ha già provveduto a selezionare e pressare oltre che raccogliere. Dopo di che COMIECO mette all’asta il prodotto e spunta mediamente 100 €/ton: ovvero il mercato è disposto a pagare per quella carta/cartone 25 €/ton in più di quanto COMIECO ha riconosciuto per convenzione al comune/convenzionato, che rinuncia così, in un anno, mediamente, a mezzo milione di euro (la collettività rinuncia a 500.000 Euro) per aver rinunciato al mercato. Questo non è un caso isolato, per cui la riflessione si impone.

Ben venga il ruolo sussidiario di COMIECO, perché comunque ci sono casi in cui il mercato non può oggettivamente farsi carico, ma separare proprietà del materiale da copertura dei costi di servizio è un’innovazione che in prospettiva si impone, con benefici per tutti, compreso COMIECO che potrebbe ulteriormente ridurre il Contributo ambientale a fronte di una riduzione dei quantitativi gestiti direttamente.

  1. Da importatori netti ad esportatori netti

Come detto l’Italia, come un po’ tutta l’Europa e gli Stati Uniti, da qualche anno si è trasformata da importatrice ad esportatrice di macero.

Parliamo di circa 1.800.000 tonnellate/anno di export, mentre permangano circa 340.000 tonnellate di import di specifiche tipologie di macero che il mercato nazionale non riesce ad offrire alle cartiere italiane.

Con la manifattura, infatti, anche la produzione di cartone per imballaggio, in quanto commodity “povera”, si è spostata soprattutto nel Far East (in primis in Cina), dove sono sorte oltre 2.200 cartiere, il che comporta ovviamente un forte fabbisogno di materia prima, ossia di macero, che è stato così attratto verso quella direttrice per l’appunto dall’Europa e dagli USA.

Il surplus di macero italiano non è nemmeno probabile sia assorbito, in prospettiva, da nuove cartiere, seppure il settore a livello europeo stia dando segni di sviluppo: per un nuovo stabilimento occorrono investimenti di 200/300 milioni, e inoltre, come già detto, la produzione di imballaggi segue quella dei manufatti cui sono funzionali, per cui senza ripresa del manifatturiero, difficilmente si avranno nuove cartiere per poi dover produrre cartone in Cina.

Le cartiere nazionali ed europee, per altro, sembrano trarre vantaggio, cioè guadagnare di più, dagli alti prezzi del macero: è una constatazione sorprendente ma che emerge abbastanza chiara dall’analisi storica dei dati (rapporto EBITDA sul fatturato complessivo), Quando il macero arrivava dalla Germania, c’era una profondissima crisi delle cartiere italiane perché queste ribaltano il prezzo di vendita delle proprie bobine sulla base di alcuni parametri: la manodopera, che è costante, l’energia e il costo del macero, ossia i tre parametri chiave su cui poi si formula il prezzo di vendita delle bobine. Il caso limite si è avuto nel 2008, con il macero crollato bruscamente da 160 €/ton a 10 €/ton franco destino: in quella fase, le cartiere hanno perso, come tutti del resto.

Sul tema import-export di materia prima seconda – questo è il termine che si usa in Italia – occorre infine armonizzare velocemente le normative europee, perché le nostre MPS, raggiunto il confine con il DDT che contraddistingue il “prodotto”, per valicare la frontiera anche comunitaria devono spesso “tornare rifiuti”, pur essendo allineate con i parametri, perché se la cartiera francese, tedesca o svizzera ritira con il codice B3020 (quello che a livello europeo identifica rifiuto a base carta) applicherà le leggi del suo Paese. Occorre quindi armonizzare a livello europeo secondo pari regole, pari controlli e assicurando comunque la massima tracciabilità.

  1. Il “nanismo” del comparto

Il settore, quello del recupero e quindi delle piattaforme, ha un bisogno assoluto di crescere.

Oggi in Italia si contano circa 600 aziende che si dividono 6 milioni di tonnellate di macero: 11.000 tonnellate anno per piattaforma non sono niente se le confrontiamo con le medie europee, che superano le 45.000. In Germania un impianto sotto le 80.000 tonnellate di macero non è neanche preso in considerazione perché diventa antieconomico: ecco perché, con amaro realismo, non si può non parlare di “nanismo” del comparto nazionale del recupero di carta e cartone. Certamente questo cronico problema di “scala” è dovuta in parte a caratteristiche intrinseche del mercato specifico: gestendo un materiale “povero” e avendo grande peso la logistica, non si può raccogliere oltre 50/60 chilometri da dove si produce il rifiuto, il che spiega in parte i quasi 600 operatori di settore.

Per crescere, probabilmente, è necessario che siano implementate normative che introducano delle migliori e più efficienti forme di governance sul territorio, obbligando di fatto gli operatori a ricercare a loro volta forme di concentrazione per mettersi in grado di allinearsi alla scala richiesta da aree territoriali di servizio più vaste e quindi a quantitativi di materiale da trattare più elevati. Le maggiori quantità significano minori costi di gestione e i minori costi di gestione vanno a beneficio dei comuni e quindi dei cittadini.

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